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La Giannini denunci pure, ma la “buona” scuola apre davvero al gender

Il ministro annuncia azioni legali contro chi vede nella riforma un assist al gender. Ma la riforma favorisce programmi scolastici controversi e basati sull’ideologia di genere

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“Chi ha parlato e continua a parlare di teoria ‘gender’ in relazione al progetto educativo della Governo di Renzi sulla scuola compie una truffa culturale. Ci tuteleremo con gli strumenti a nostra disposizione, anche per vie legali”.

Il ministro Stefania Giannini vuole denunciare chi vede nella legge varata dal governo un viatico per far arrivare nelle scuole le teorie di genere. Un attacco frontale nei confronti di chi legittimamente vuole evidenziare il rischio di una deriva “gender” della riforma della scuola.

Il ministro Giannini oggi ha inviato una circolare del Capo Dipartimento “a tutti i dirigenti scolastici” per provare a spiegare che a nella “Buona scuola” non si parla di “gender”. E se ci si ferma alle parole, in effetti la Giannini ha ragione. Di certo nessuno potrà trovare nella legge questa parola. Ma ciò che ha spaventato molti genitori e numerose associazioni è che tra le pieghe della norma si celi un assist a chi fa di tutto per far arrivare queste teorie agli studenti italiani. Un appiglio che associazioni Lgbt e simili possono usare per portare a lezione programmi che ricalcano in pieno le teorie di genere.

Tutto ruota attorno al comma 16. Che testualmente recita: “ll piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n.119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013″.

La Buona Scuola, sottolinea la Giannini, “esplicita dei criteri di sensibilizzazione all’interno delle scuole all’educazione, alla parità tra i sessi, perchè questa è una società dove la condizione della donna sul piano sociale, culturale ed economico deve fare dei passi avanti e alla sensibilizzazione dei ragazzi nella prevenzione della violenza di ‘genere'”. Ed è proprio qui che casca l’asino. Secondo molti osservatori della legge, infatti, proprio grazie alla formulazione “violenza di genere” si possono creare “storture applicative” che vanno al di là della sensibilizzazione contro la violenza e scadono nella somministrazione ai ragazzi della teoria gender. Anche la Camera dei Deputati, l’8 luglio, ha approvato un ordine del giorno (n. 9/2994-B/5) che riconosce “una serie di storture applicative, che sono andate ben al di là dell’istanza, da tutti condivisa, di prevenire la violenza di genere e le discriminazioni”.

Secondo il ministro, invece, “la sintesi di questo ‘comma 16’ incriminato ingiustamente è l’introduzione della cultura della ‘non discriminazionè di ogni tipo, razziale, etnico e religioso, è l’introduzione della cultura della tolleranza e dell’accoglienza”. Temi che, conclude Giannini, “la scuola in un Paese avanzato e moderno ha sempre introdotto in varie forme e che noi rinnoviamo in questa legge dello Stato”.

Ma non solo. Dopo gli appelli del Cardinale Angelo Bagnasco, infatti, l’attenzione si è rivolta all’ariticolo 5, comma 2 della legge 93 del 2015. Al punto 5.2 è scritto che si intende “superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere (…) sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica”. “Approccio di genere”, cos’altro può essere se non l’ideologia che alcuni legittimamente combattono?

Non si parla esplicitamente di “gender” nella “Buona Scuola“. Ma portare in Tribunale chi lancia l’allarme che la legge si presti ad essere utilizzata per altri scopi è sciocco. Se non contro la libertà di opinione. Quelli contro cui la Giannini non esclude “azioni legali” chiedono solo il diritto di dire che il comma16 possa aprire le porte alle associazioni varie che si occupano di educazione sessuale e di lotta all’omofobia per inserire – come a volte accade – programmi controversi. Un esempio su tutti, il programma di educazione sessuale promosso dalla Regione Emilia Romagna “W l’Amore” che al suo interno contiene frasi rivolte ai ragazzi che gli insegnano che “non c’è un modo giusto per essere maschi e femmine e non ci sono caratteristiche esclusivamente maschili e femminili”. Ovvero che l’essere uomo o donna non dipende dal dato biologico, ma solo da quello culturale e emotivo.

Il fulcro della teoria del gender.

Fonte: Il Giornale